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ceccanti
blog di diritto parlamentare e costituzionale comparato
24 marzo 2017
L'audio della relazione del prof. Fabbrini
http://www.radioradicale.it/scheda/503918/presentazione-del-libro-di-sergio-fabbrini-sdoppiamento-una-prospettiva-nuova-per



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22 marzo 2017
Il link alle slide del prof. Fabbrini
https://stefanoceccanti.wordpress.com/2017/03/22/maratonaeuropea-le-slides-di-sergio-fabbrini-sullo-sdoppiamento-delle-istituzioni-ue/



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21 marzo 2017
La mia lettura de dibattito presidenziale

Dopo ieri sera più forti Macron e Melenchon

di Stefano Ceccanti

da www.incammino2017.it

In linea di massima questi dibattiti servono a confermare i già convinti che il loro candidato è il migliore purché non faccia gaffe troppo evidenti. Anche in questo caso, nella sostanza, ciascuno dei candidati dovrebbe aver ottenuto questo effetto minimale.

Per il resto facciamo qui ragionamenti a nostro rischio e pericolo perché per capire cosa si è mosso non bastano i sondaggi post-trasmissione, ma bisogna attendere qualche giorno per capire come gli elettori hanno digerito gli esiti. Nel frattempo bisogna stare attenti a non stabilire un determinismo tra qualità della performance e possibile spostamento degli indecisi. Di per sé non è detto che chi si dimostra più padrone del mezzo televisivo sposti consensi a suo favore perché possono incidere elementi diversi a impoedire questo esito. Per esempio non c’è dubbio secondo me che ieri sera i due candidati più estremi (Melenchon e Le Pen) siano stati quelli più abili, anche perché partono dal vantaggio di motivare scelte più nette che i tempi stretti del mezzo televisivo rendono più adatte alla comunicazione. Non c’è neanche dubbio che dei tre candidati “a vocazione governativa” quello che fosse un po' più a disagio col mezzo fosse Macron, che paga fatalmente l’inesperienza. Tuttavia per valutare i possibili spostamenti dobbiamo riflettere sul fatto che gli indecisi come categoria generale non esistono, esistono invece tante tipologie di indecisi a seconda delle linee di frattura, di quella establishment-anti establishment e del continuum destra-sinistra.

Partiamo dalla prima frattura: l’elettore anti-establishment che non parta da posizioni estreme può ritenersi più vicino a Macron, proprio perché privo di esperienza televisiva da politico, che non a Fillon che ha una lunga carriera alle spalle e che parte delegittimato per vari scandali, ed anche rispetto ad Hamon che ha fatto solo il politico di professione sin da giovanissimo. Paradossalmente la troppa capacità professionale come politico, anche nella prestazione tv, può svantaggiare Fillon e Hamon e avvantaggiare Macron. Questo spiega l’apparente stranezza tra chi ha visto la trasmissione da esperto di politica e che ha ironizzato su Macron e alcuni primi sondaggi che invece, almeno al momento, pur nel loro valore relativo, hanno registrato da parte dei telespettatori ‘normali’ un parere positivo soprattutto nei suoi confronti. Quando i telespettatori sono dieci milioni la base è di massa e le percezioni possono essere divaricate tra élite politicizzata e cittadini ‘normali’.

Se ragioniamo sugli indecisi rispetto al continuum sinistra-destra, proporrei questo schema partendo da sinistra:

indecisi tra Melenchon e Hamon- qui a mio avviso non c’è stata partita. Melenchon dice delle cose altamente improbabili, ma ha un chiaro posizionamento di opposizione, che suona familiare. E’ la retorica del Pcf degli anni ’50, al netto del mito dell’Urss. Andate sulle rete, scaricatevi questo film e capite a cosa allude Melenchon: https://www.comingsoon.it/film/non-tutti-hanno-la-fortuna-di-aver-avuto-i-genitori-comunisti/31788/scheda/. Invece Hamon appare a metà strada: nessuno crede che possa davvero vincere e come oppositore è poco credibile perché non è radicale. Quindi qui potrebbe esservi uno slittamento significativo, persino al punto di tendere a capovolgere la graduatoria attuale tra quarto e quinto posto a favore di Melenchon;

indecisi tra Hamon e Macron- anche qui non c’è gara per ragioni analoghe. Macron appare naturaliter un uomo di governo, mentre Hamon contesta il bilancio della presidenza del suo partito pur senza essere radicale. E’ pertanto possibile un’ulteriore erosione a favore di Macron, anche se forse il grosso di questo target si è già spostato;

indecisi tra Macron e Fillon- qui in termini di serietà di Governo i due candidati hanno dato prestazioni equivalenti, ma l’ombra dei vari scandali zavorra comunque Fillon. Il fair play per cui nessuno ne ha approfittato nel dibattito non avvantaggia affatto Fillon, ma anzi dimostra la serietà del suo avversario. Se gli va bene può essere un pari e patta, però potrebbe aver anche perso qualcos’altro;

indecisi tra Fillon e Le Pen- anche qui forse l’esito può essere un pari e patta perché se gli scandali danno meno credibilità alle risposte di Fillon, però i toni da uomo di governo bilanciano alcune posizioni radicali indigeste delle Le Pen come l’enfasi sulla Brexit. In fondo anche Fillon critica l’Ue per com’è e quindi si presta a raccogliere parte dello scontento senza dover arrivare a prospettare referendum per l ’uscita come fa Le Pen.

In conclusione, quindi, i possibili vincitori potrebbero essere stati Macron, in grado quindi di andare al ballottaggio con la Le Pen, e Melenchon, in grado di scavalcare Hamon.




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21 marzo 2017
La relazione del viceministro Morando

Roma – 20 marzo Dipartimento di Scienze Politiche

La sovranità condivisa in materia di bilancio tra Stati membri e Unione tra già e non ancora

Una moneta (in19 dei 28 Paesi), governata da un’unica banca centrale.

Un mercato unico (28 su 28), (presto 27) affidato alle cure di autorità di controllo capaci di impedire che si erigano ostacoli alla libera circolazione di merci, capitali, persone e che la competizione tra le imprese sia turbata da aiuti di Stato.

Politiche di bilancio, coordinate tra di loro attraverso un sistema di regole, di vincoli e di obiettivi che sostanzialmente ignorano il tema del coordinamento tra politica monetaria e politica fiscale.

Non c’è da stupirsi se non funziona.

In particolare, non c’è da stupirsi se il sistema non funziona quando si manifestano gravi squilibri interni all’Area, che – per essere affrontati e risolti – reclamano un elevato grado di coerenza tra politica economica e fiscale da un lato e politica monetaria dall’altro.

Quando la seconda guerra mondiale volgeva al termine, nel luglio 1944, i governi alleati si riunirono a Bretton Woods, per cercare di definire quali fossero le condizioni di contesto che si dovevano creare per dare stabilità ad un sistema monetario, i cui disordini erano stati al centro della guerra commerciale e dei cambi che aveva preceduto – e almeno in parte causato – la guerra vera e propria.

In quella Conferenza, tutti concordavano sul fatto che lo squilibrio che generava disordine nel sistema monetario era prima di tutto quello creato da un Paese – o insieme di Paesi – che presentasse un gravissimo deficit nei conti con l’estero.

Ma non tutti concordavano sul rimedio da adottare: i Paesi creditori – rappresentati dal capo delegazione degli USA Harry Dexter Wite – sostenevano che l’onere della correzione dovesse essere messo tutto in capo al Paese debitore. Era quello, infatti, il soggetto portatore della malattia, giacché viveva al di sopra dei suoi mezzi; consumava, infatti, ben più di quello che produceva.

Bastava tirasse un po’ la cinghia, e tutto sarebbe tornato in ordine.

Keines, rappresentante del Regno Unito, sosteneva che quella visione del problema – fondata sull’approccio “micro”, che pretende di estendere alla macroeconomia l’idea del “vizio” da correggere del singolo individuo in una famiglia o, comunque, in una piccola comunità – era del tutto errata e cattiva consigliera, perché ignorava l’esigenza di agire su entrambi i fattori dello squilibrio: dal lato dei Paesi in deficit, che devono stringere la cinghia; e dal lato dei Paesi in surplus, che devono contemporaneamente allargarla. Fulminante, l’argomento di Keines contro il “Vizio” e la “Virtù” di debitori e creditori: che colpa hanno i primi, se sono più competitivi e esportano di più, sosteneva Wite. Il problema non è il loro export, rispondeva Keines. Ma il loro import – tenuto troppo basso, per ragioni politiche, interne e esterne. Keines, quindi proponeva di mettere in atto sanzioni sia nei confronti di Paesi in deficit che rifiutassero di adottare politiche sia monetarie, sia fiscali restrittive; sia nei confronti di Paesi in surplus che rifiutassero di adottare politiche espansive.

“Cosa c’entra, tutto questo, con la sovranità condivisa in materia di bilancio in Europa e nell’Area Euro? Non siamo forse andati ben oltre la creazione di un sistema di cambi stabili, almeno in Europa, costruendo la moneta unica, governata da un’unica banca centrale, padrona a pieno titolo – e in regime di totale autonomia dai governi – di quella politica monetaria, che costituiva per Keines una delle due leve da usare per correggere gli squilibri, l’altra essendo la politica fiscale?”

La mia opinione è che proprio la vicenda degli ultimi dieci anni dell’Area Euro possa essere letta alla luce delle opposte posizioni di Wite e di Keines a Bretton Woods.

Nella prima fase della moneta unica – dal Trattato di Maastricht al 2007 – il ritmo di crescita e il processo di convergenza economica sono stati più forti di quello dell’insorgere di squilibri macroeconomici, fino a nascondere sotto il tappeto comportamenti opportunistici dei singoli governi.

Per rendercene conto, basterà uno sguardo al reciproco sostegno, in quella fase, tra il crescente disavanzo greco e il crescente avanzo tedesco. Per i greci, denaro a poco prezzo, col quale comperare macchine tedesche. Per i tedeschi, rendimenti doppi e tripli per i loro risparmi investiti in titoli greci, e tante macchine da produrre ed esportare in Grecia. Quando la crisi originata dall’esplosione della bolla immobiliare in USA determina incertezza sul mercato globale, inducendo i capitali a cercare sicurezza, invece di rendimenti elevati, il castello del reciproco sostegno crolla. Messi di fronte alle conseguenze – socialmente, politicamente ed economicamente devastanti -, degli squilibri, gli organismi europei indugiano, per lungo tempo, sulla posizione di Wite: “correggano i viziosi”. I fatti di cronaca – compresi i trucchi contabili dei governi greci – sembravano dar loro ragione.

Questa posizione, in Europa, poteva del resto giovarsi di un insieme assai robusto di idee, analisi, esperienze storiche, che poteva ben considerarsi un vero e proprio corpus dottrinario – l’ordoliberalesimo. La teoria dell’ordine collettivo come somma degli “ordini” individuali – ciascuno faccia bene i compiti e metta ordine in casa propria: ne scaturirà il benessere dell’Unione nel suo complesso -, domina per lungo tempo il confronto sulle politiche da adottare in Europa per far fronte alla Grande Recessione.

“Poco male – si dirà – visto che non c’era e non c’è una politica fiscale europea, ma 19 politiche fiscali”.

Non mi sembra un giudizio fondato:

a- In primo luogo, perché questo orientamento rallenta l’adozione di politiche espansive anche da parte dell’unico soggetto davvero “federale” esistente nell’Area Euro: la BCE, che esita a lungo – troppo a lungo – prima di seguire le orme della FED americana;

b- In secondo luogo, perché questo orientamento ispira sia le politiche di intervento sulle crisi aperte nei Paesi in deficit - Grecia in primis -, sia le politiche fiscali dei Paesi in surplus.

È una fase nella quale prevalgono – nei due campi – i sostenitori più radicali delle due tesi contrapposte: i Paesi in deficit abbandonino unilateralmente ogni politica di rientro, sostengano la crescita con politiche fiscali ultraespansive, in deficit; e al diavolo le regole e gli obiettivi di consolidamento fiscale (Varoufakis); oppure, dall’altro lato: “Prima i Paesi in deficit facciano ordine in casa propria e solo dopo vedremo come aiutarli, ma senza cambiare il corso delle cose a casa nostra, perché non è certo una colpa se siamo più competitivi ed esportiamo di più”. In particolare, in Germania, la posizione degli ordoliberali estremisti cercherà di trovare alimento nella constatazione delle modeste interrelazioni commerciali con la Grecia, specie nel caso delle spese per investimenti infrastrutturali.

Così fingendo di ignorare che, in un mercato aperto, i successivi turni di spesa alimentano la domanda – e le importazioni – ben al di là dei confini dei settori in cui la spesa viene effettuata in primo tempo.

La Grande Recessione farà molto vittime – nell’intera Area dell’Euro – prima che ci si renda conto della necessità di cambiare strada, sotto la spinta e la durezza dei fatti.

La politica monetaria – sotto la guida di Mario Draghi – cambia progressivamente di segno, senza violare le regole fissate nello Statuto della BCE. Anzi. Poiché il combinarsi di diversi fattori – recessione, disoccupazione, innovazione, competizione globale, insufficienza della domanda – spinge i prezzi molto al di sotto dell’obiettivo fissato, Draghi è in grado di convincere anche i più riottosi sull’esigenza e sull’urgenza di politiche monetarie espansive. Fino al Q.E., tutt’ora in corso.

È sbagliato, secondo me, sostenere che queste scelte della BCE non abbiano trovato alcun coerente riscontro negli orientamenti di politica fiscale e di bilancio di quegli organismi europei che svolgono una funzione di sorveglianza e coordinamento delle politiche fiscali degli Stati membri. Si può certamente sostenere, invece, che questo mutamento sia intervenuto troppo tardi, e che non abbia trovato attuazione pronta e coerente.

In ogni caso, nell’autunno del 2011 – esplosa la crisi del debito sovrano – l’Unione adotta un complesso insieme di regole, obiettivi, vincoli e meccanismi che va sotto il nome di “Procedura per gli squilibri macroeconomici”, che segna – almeno sul piano teorico -, una netta affermazione di Keines su Wite.

Sullo squilibrio dei conti con l’estero dei singoli Paesi membri, infatti, viene previsto un meccanismo di correzione assolutamente simmetrico: il deficit non deve essere superiore al 6% del PIL, esattamente come il surplus non deve essere superiore al 6%. Se questo limite simmetrico viene superato, così come il Paese in deficit deve adottare scelte di politica economica e fiscale che accrescano la sua competitività e riducano le importazioni, così il Paese in surplus deve espandere la domanda fino a far rientrare sotto il 6% il suo attivo. Keines non avrebbe potuto chiedere di più.

Malgrado i surplus di alcuni Paesi siano sistematicamente rimasti al di sopra del limite fissato, la regola non viene però fatta rispettare; a differenza di quelle che vennero fissate nella stessa occasione, e sono inserite nel Six Pack, nel Fiscal Compact, nelle procedure per disavanzi eccessivi… La non compiuta applicazione del nuovo sistema di regole non deve tuttavia indurci a buttare via il bambino con l’acqua sporca. Questo è infatti il pericolo che corrono coloro che reclamano l’abbandono e il superamento di Six Pack, Fiscal Compact e dell’intera batteria di regole fissate nel 2011. Peraltro dimenticando che ciò che conta ed ha validità permanente, in quel sistema, è il carattere anticiclico delle politiche fiscali, che ha trovato espressione nel nuovo art. 81 della Costituzione.

E dimenticando che – sia pure con grande ritardo – la Comunicazione della Commissione del gennaio 2015 sui criteri per l’esercizio dell’attività di sorveglianza sui bilanci degli Stati membri, introdurrà importanti, nuove clausole di flessibilità (riforme strutturali e investimenti), figlie legittime di quella innovazione di sistema introdotta nel 2011.

Resta tuttavia una evidente asimmetria di scelte e comportamenti nella interpretazione e attuazione delle nuove regole 2011, cui si può reagire lungo tre linee, tra di loro radicalmente alternative:

a- La prima, è quella dei nemici dell’Europa e dell’Euro: dopo Brexit, che aveva tutt’altre motivazioni, ora Frexit e Italexit. È la strada del populismo nazionalista, che fa della piena riacquisizione della sovranità nazionale sull’intera politica di bilancio al tempo stesso la premessa e l’obiettivo della programmata disgregazione dell’Unione. È la strada proposta da Le Pen; che ha una sua versione di sinistra, del tutto analoga negli esiti, anche se apparentemente diversa nei presupposti: “sarebbe preferibile lo Stato federale vero e proprio, con piena cessione di sovranità al Governo e al Parlamento Europeo. Parlamento e Governo europei che dovrebbero mettere in comune il debito sovrano e adottare una politica fiscale ultraespansiva, che, sposandosi con la politica monetaria della BCE, ci farebbe uscire dalla crisi. Ma, poiché non è possibile che tutto ciò si avveri, allora… referendum sull’Euro, ristrutturazione dei debiti pubblici, violazione delle regole, ecc.

b- La seconda, è quella che propone ed opera per un rapido rientro dalle politiche ultraespansive della BCE e, per la politica fiscale, propone di costruire organismi burocratici cui attribuire poteri di intervento – non mediati dalla politica – sui Paesi che non vogliano o non riescano a rispettare pienamente regole e obiettivi, fissati in sede di Unione. È curioso che questa soluzione abbia tante proseliti nel Paese la cui Corte Costituzionale ha sempre ribadito: “cessione di sovranità in materia di bilancio? Sì, a condizione che avvenga verso un’istituzione di governo almeno altrettanto democratica del Bundestag. Non mi sembra proprio che l’organismo tecnico-burocratico proposta da Schauble per la sorveglianza sui bilanci pubblici dei Paesi membri abbia le caratteristiche necessarie per soddisfare questo criterio.

c- La terza, è quella che colloca il tema della cessione di sovranità sulla politica di bilancio nel contesto di una riforma dell’assetto politico-istituzionale dell’Unione. Le linee di fondo di questa proposta sono state tracciate, più di recente, dal prof. Fabbrini: individuare le politiche da condividere in una vera e propria Unione federale, governata da istituzioni influenzabili dalla democrazia, separando nettamente queste politiche da quelle che dovranno rimanere, o tornare, a livello nazionale. Una di queste aree affidate alla gestione “diretta” dell’Unione federale, è quella economica, includendovi la gestione della moneta comune e la decisione e la gestione del Bilancio dell’Unione stessa, a sua volta basato su fiscalità autonoma e utilizzabile per sostenere politiche anticicliche, anche di tipo sociale (es. uno strumento europeo di tutela dalla disoccupazione non strutturale). Questo stesso bilancio europeo dovrebbe essere sufficientemente grande da finanziare politiche di investimenti nei settori della ricerca e delle infrastrutture materiali e immateriali.

In questo contesto, politiche oggi prevalentemente affidate alle cura dell’Unione – es. l’agricoltura – dovrebbero tornare sotto i dominio nazionale, con il conseguente spostamento verso i bilanci nazionali delle risorse pubbliche dedicate.

È inutile che dica che considero la terza come quella utile a portarci fuori dalla difficoltà in cui versiamo. Nella transizione, più e prima degli Eurobond, possono avere un peso crescente i project bond, cioè strumenti di debito europei emessi da organismi europei sul merito di credito dell’Unione federale, per finanziare progetti infrastrutturali, connessi a politiche (es. difesa e sicurezza) affidate all’Unione Federale che si sta costruendo. Occasione per fare prendere corpo a questa svolta: il 60° dei Trattati.




permalink | inviato da stef1 il 21/3/2017 alle 17:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
21 marzo 2017
La lezione di oggi Serricchio-Stegher
https://www.radioradicale.it/scheda/503540/gli-italiani-e-lue-le-proposte-in-italia-per-la-riforma-della-governance-ue



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